Da "Musica Jazz", Dicembre 2024
E’ un disco nato all’inverso rispetto all’uso comune che vede applicata di solito la sequenza nuovo progetto-pubblicazione disco-tour di concerti di promozione. Nel caso di «In a new world» ho voluto aspettare che la musica fosse «matura» per essere registrata. Quindi abbiamo provato parecchio il nuovo materiale, poi l’abbiamo suonato in pubblico per quasi un anno prima di entrare in studio e fissare tutto quello che avevamo sviluppato nel tempo.
Credo che bisognerebbe uscire con un disco solo quando si hanno degli ottimi brani basati su buone idee e suonati al pieno delle possibilità.
2) Il periodo di reclusione forzata che ci siamo ormai lasciati alle spalle come ha influito sul tuo percorso artistico? E' stato uno stop forzato o un’originale quanto inaspettata occasione di ripensamento e di crescita professionale?
Nella sua drammaticità quel periodo è stato utile per scendere ulteriormente in profondità nel proprio vivere la musica. Riflettere su sé stessi e sulla propria opera dovrebbe essere secondo me una costante per un artista, per poter crescere e per trovare nuove soluzioni. Proprio questo lungo «scavare» mi ha permesso di trovare un tesoro nascosto che ha portato alla realizzazione dell’album. Un amico musicista che stimo molto una volta mi ha detto: «questo lavoro mi piace non solo perché è ben suonato, ma perché è musica fatta di idee».
3) Gli undici brani di «In a new world» sembrano in qualche modo disegnare la tua personale idea di world music, a cavallo tra jazz e musica classica, ritmi latini e folk europeo, echi africani e mediorientali? E' una definizione in cui ti ritrovi?
Una cosa interessante è il fatto che nelle tante recensioni, specialistiche o meno, uscite sulla stampa, ho notato che ogni ascoltatore ha percepito dei riferimenti stilistici completamente diversi tra loro, a volte in contrasto tra loro e che non avrei mai immaginato. Il fatto che non siano universalmente riconoscibili dei riferimenti musicali è un aspetto positivo. Credo che la buona musica debba lasciare la possibilità all’ascoltatore di connettersi con se stesso e trovare le proprie risposte agli enigmi che l’arte ci pone. Le cose «poco chiare» di solito sono le più interessanti proprio per questa ragione.
Quando inizio a scrivere un brano, in genere, non penso a una particolare cultura o a un musicista a cui voglio ispirarmi, quello che ho assimilato nella mia storia musicale tende a fluire liberamente, è un processo molto spontaneo.
4) Parlaci della tua formazione. Come sei arrivato alla musica e, soprattutto, alla chitarra e alle chitarre, visto che ne sfoggi un discreto arsenale…
Mio padre è dilettante di musica e la chitarra era uno degli strumenti che girava per casa quando ero bambino, era una vecchia EKO degli anni Sessanta. Le chitarre per principianti di quegli anni erano talmente difficili da suonare e frustranti che viene da pensare fossero costruite per fare una selezione naturale tra i bambini con più forza di volontà. Poi sono venuti gli studi e il diploma in chitarra classica al Conservatorio e, parallelamente, l’amore per il rock e poi il jazz che ho approfondito privatamente. La svolta è stata durante l’anno passato in Grecia grazie a un progetto dell’Unione Europea, dove ho coltivato l’interesse per la musica greca, mediorientale e balcanica che ho poi sviluppato al ritorno creando delle formazioni di «world music».
In Grecia mi ero avvicinato anche all’oud, al bouzuki e al saz baglama che ho continuato a suonare in Italia. Ho poi approfondito il jazz a Siena jazz e da allora ho cominciato a contaminare pesantemente le mie composizioni.
In questo senso mi sono serviti parecchio alcuni soggiorni a Parigi durante dei tour francesi, qui ho potuto respirare l’atmosfera di questo grande crocevia culturale e venire in contatto con altri musicisti con idee simili alle mie.
5) L’asse portante del disco mi pare l’intreccio tra la tue “corde”, il violino di Daniele Richiedei e il contrabbasso di Giulio Corini, su cui si innestano i fiati di Javier Girotto. Da quanto tempo lavorate assieme? Raccontaci un po' il tuo rapporto con loro...
Si, il disco ha un suono molto morbido, è basato su un tessuto fatto di corde intrecciate tra le quali emerge il ricamo a «filo d’oro» del soprano di Javier.
Con Daniele ho suonato saltuariamente in passato, abbiamo fatto degli interessanti lavori di sonorizzazione di film muti di autori come Lubitsch, Murnau e Browning, una cosa che faccio da tanto e che mi diverte moltissimo. E’ una dimensione dove posso sbizzarrirmi e scrivere in maniera «libera». Ho pensato che il suo suono al confine tra contemporanea, jazz e folk fosse perfetto e la sua capacità di «imbrigliare» la vocazione solistica del violino nell’insieme strumentale fosse ideale per la musica che avevo in mente.
Giulio è un contrabbassista solidissimo e non avevo dubbi sulla sua capacità di inserirsi nel progetto e di fondersi nel suono generale. Ha lavorato sulla ricerca del «timbro giusto» e sulle dinamiche, cosa che in ambito jazz non è affatto scontata.
Ho incontrato Girotto per la prima volta quando è stato ospite di Etno-Tracce, il festival di world music che dirigo da sei anni. Javier non è solo un grande virtuoso, ma è un musicista dalla spiccata liricità e vena melodica. In realtà, pur essendo considerato un sassofonista jazz, il suo fraseggio utilizza raramente stilemi di origine statunitense. Nel suo modo di improvvisare c’è tanto del suo paese d’origine, l’Argentina. Nasce così una mescolanza naturale di stili e culture che lo rende unico. La sua partecipazione al disco è stata molto generosa, ha suonato praticamente su tutto il lavoro.
6) Come scegli i tuoi compagni d’avventura per incidere un disco o suonare dal vivo? Preferisci chi è dotato di una forte personalità/individualità o chi è più portato a lavorare in gruppo?
La musica viene sempre per prima e quindi scelgo i miei collaboratori in base alla capacità di inserirsi in un discorso musicale «nuovo» uscendo dai preconcetti e dai canoni stilistici. Tutti i grandi musicisti con cui ho avuto a che fare, anche quelli con la personalità più spiccata, cercano di adattare il proprio modo di suonare al contesto musicale, raramente un bravo musicista si «cala dall’alto» per affermare la propria personalità, a meno che sia stato interpellato proprio per quello scopo. Altro punto delicatissimo è quello dell’improvvisazione, dove è importante trovare il giusto interplay. Nel mio modo di improvvisare spesso cerco di «svuotare» utilizzando meno note possibile e di lavorare su timbri inusuali, costruendo degli assoli strutturati che possono in alcuni casi diventare collettivi. E’ quindi importantissimo l’ascolto, non è sufficiente creare una solita base su cui il solista può suonare, chiedo che i musicisti «entrino» letteralmente nel brano, quindi che abbiano una grande sensibilità musicale.
7) Sul disco c’è un pezzo con un taglio diverso, An Empty Garden, più incline all’Americana, dove spicca la collaborazione con Marc Ribot. Come sei riuscito a coinvolgere questo tuo famoso “collega” d’Oltreoceano?
In realtà c’è un altro brano, «In a new world», che è speculare a «An empty garden». Diciamo che se fossimo nei vecchi tempi del vinile sarebbero usciti come lato A e lato B di un 45 giri!
Ho intervistato Ribot qualche anno fa in occasione di un suo concerto a Brescia, nella mia città. E’ un tipo piuttosto interessante, acculturato e disponibile. Ho avuto modo di ricontattarlo per la registrazione tramite l’amico Alessandro Stefana, il musicista/produttore che si è occupato della registrazione del disco. Ha ascoltato il brano che gli ho proposto che gli è piaciuto parecchio, e in occasione di un suo passaggio in città ne abbiamo approfittato per registrare. Ho costruito il brano immaginando il suo incredibile suono di chitarra e lasciando Ribot libero di creare quello che voleva. Ne è scaturito un piccolo gioiello cesellato su un timbro di chitarra che ricorda quello utilizzato in alcuni suoi capolavori e anche in Rain Dogs e altri dischi di Tom Waits. Mi sono emozionato nel riascoltarlo.
8) Ci sono dei musicisti italiani e stranieri a cui ti ispiri / che consideri un modello, sia riguardo al tuo strumento che, più in generale, alla composizione?
Certo, ci sono dei musicisti che mi sono interessano particolarmente ma non sono dei modelli cui mi ispiro. Ho studiato i grandi chitarristi del passato ma ho sempre cercato di coltivare un mio approccio alla musica. Infatti mi è capitato raramente che qualcuno ascoltandomi mi dicesse che assomiglio a qualche chitarrista in particolare, tanto meno le mie composizioni. In genere ascolto musica molto diversa da quella che poi creo.
Ti posso citare alcuni tra gli artisti che ascolto e studio con più piacere in questo periodo: Krzysztof Penderecki, Paul Motian, Donald Byrd, Mulatu Astatke, Larry Young, Jimmi Giuffre, Markos Vamvakaris, Igor Stravinskij, Dietrich Buxtehude, Morton Feldman e Lester Young. Tra i chitarristi Marc Ribot, Ali Farka Touré, Grant Green, Lionel Loueke e Kenny Burrell.
9) Parliamo di progetti presenti e futuri: su che cosa ti stai concentrando attualmente e che cosa stai invece progettando per il futuro?
Da anni sono attivo anche come direttore artistico di festival. Con Etno-Tracce, che propone concerti con progetti di «confine», soprattutto tra world music e jazz, siamo arrivati alla sesta edizione. E’ una realtà che è cresciuta negli anni con l’aggiunta di incontri tematici, visite sul territorio della Franciacorta e altro, e che quindi è diventata anche più complessa da gestire. Poi sono attivo come giornalista culturale, mi occupo di musica ma anche di altre tematiche, dall’arte al folklore, tutti stimoli che poi cerco di tradurre nella mia musica.
Sono poi concentrato nella promozione di «In a new world» e nel raggiungere più festival e rassegne possibili per far conoscere il progetto, puntando anche all’estero. Sto scrivendo del nuovo materiale che immagino per una formazione un po’ diversa, mi piacerebbe allontanarmi un po’ dal suono del progetto precedente aggiungendo la batteria e un sax tenore, quindi avvicinandomi a un suono più «jazz», o almeno a una sensazione di quel tipo pur mantenendo la mia identità compositiva. Poi in futuro mi piacerebbe anche realizzare un lavoro di sola chitarra, lo vedrei come un’opera molto caratterizzata in chiave «world» dove lo strumento si trasforma cercando sfumature che richiamino altri «mondi». Non vorrei replicare esattamente il suono di «In a new world» ma creare nuove dimensioni, soprattutto per quanto riguarda la parte improvvisativa, mentre sul fronte della scrittura vorrei mantenere la linea precisa che ho intrapreso ormai da anni.
10) C’è qualche musicista, italiano o straniero, con cui ti piacerebbe collaborare? Anche semplicemente come sogno nel cassetto…
Ho iniziato a collaborare da poco con il clarinettista Mauro Negri che occasionalmente si unisce a In a new world. In futuro mi piacerebbe coinvolgere l’amico Paolo Fresu, almeno per collaborare a una registrazione, il suo senso lirico-melodico si integrerebbe perfettamente alla mia musica. Lo stesso vale per il grande Enrico Rava o per Franco D’Andrea che stimo molto. Tra i musicisti internazionali - vado a ruota libera! - immagino un «tocco» di Mulatu Astatke o di Fred Frith, che ho già contattato tempo fa, o Bill Frisell per continuare la serie dei grandi chitarristi, o ancora John Zorn.
Chitarrista, si definisce musicista creativo ed eclettico. La sua musica mescola elementi di jazz, classica contemporanea, echi dei Balcani e del mediterraneo, ed ambisce ad una sintesi quanto più possibile personale e comunicativa.
Nel suo ultimo album, In a New World, realizzato in compagnia di Giulio Corini al contrabbasso e Daniele Richiedei a violino e viola, troviamo ospiti del calibro di Marc Ribot e Javier Girotto.
Il tratto principale della mia musica
Credo sia proprio fatta di tratti, ma anche di colori. È una musica principalmente visiva, che lavora sulle sensazioni ma che, spero, induca poi ad ascolti più approfonditi.
La qualità che desidero nei musicisti che suonano con me
Aver voglia di scendere in profondità nel suono d'insieme e di prendersi del tempo per starsene là, in compagnia.
Come musicista, il momento in cui sono stato più felice
Forse la prima volta che ho sentito fermate in una registrazione le cose esattamente come le avevo in mente. Poter vedere queste "fotografie" sonore delle proprie idee è un traguardo importante nella vita di un musicista, è una cosa che emoziona parecchio.
Come musicista, il mio principale difetto
La tendenza a ramificare in vari ambiti, forse troppi, mentre la musica di oggi spesso si riduce in progetti che si muovono su un solo piano, uguali dall'inizio alla fine. Forse, per alcuni, questo mio difetto può essere un pregio.
La mia più grande paura quando suono
La paura di affrontare il pubblico è una costante che la maggior parte dei musicisti affronta e con la quale nel tempo viene a patti, negli anni diventa una specie di tensione che si crea tra esecutore e ascoltatore e che aiuta il risultato artistico creando piacere a entrambi.
Sogno di suonare
In un'Italia che si strutturi nel tempo in un pubblico formato, preparato e rispettoso, con la capacità di ascoltare senza pregiudizi. È un'utopia, ma d'altronde si parla di sogni.
La mia fonte di ispirazione
Direi che la vita, in generale, nelle sue mille sfaccettature è una fonte inesauribile di ispirazione, basta saperci guardare dentro.
I miei musicisti preferiti
Sono molto variabili a seconda dei miei ascolti e di quello di cui ho bisogno in dato momento, non ho valori assoluti. Oggi ti direi Jordi Savall, Paul Motian, Markos Vamvakaris, Igor Stravinskij, Dietrich Buxtehude e Lester Young, tra i chitarristi Marc Ribot, Ali Farka Toure e Grant Green, Lionel Loueke e Kenny Burrell, ma sono sicuro che tra qualche mese citerei artisti completamente diversi.
I miei dischi da isola deserta
Se potessi godere della solitudine di un'isola mi accontenterei dei suoni della natura, ma se dovessi partire immediatamente e dovessi scegliere obbligatoriamente dei dischi direi Bringing all Back Home di Bob Dylan, This Is Our Music di Ornette Coleman, Gongs East di Chico Hamilton, tutta la musica per organo di Bach, il primo disco di Mulatu Astatke, Verklärte Nacht di Schoenberg, Saints di Marc Ribot, Guitar and Strings di Johnny Smith, un paio di cose di Anouar Brahem, la Sinfonia dei Salmi di Stravinskij, Street of Dreams di Grant Green. Se invece dovessi partire domani credo le mie scelte cambierebbero.
La canzone che fischio sotto la doccia
Non sono un abile fischiatore, meglio ricordare Alessandro Alessandroni, ma mi piace la "Marcia di Topolino."
I miei pittori preferiti
Tutti quegli anonimi artisti che nel periodo magdaleniano hanno saputo tradurre in immagini il pensiero della loro comunità sotto le volte delle caverne, poi Artemisia Gentileschi, Anselm Kiefer, Kazimir Malevič, Lucian Freud, Mark Rothko. Tra gli scultori Medardo Rosso, Manzoni e tanti altri.
I miei film preferiti
Il cinema è stata una delle mie grandi passioni, difficile fare una scelta ma sicuramente voglio citare: L'Avventura di Antonioni, tutti i film di Bresson, poi Aurora di Murnau, Monica e il Desiderio di Bergman, La Finestra sul Cortile di Hitchcock, Passaggio in India di Lean, Questa è la mia vita di Godard, Gioventù, Amore e Rabbia di Richardson, Il Buco di Jaques Becker, Il Gusto del Sakè di Ozu, Il Cerchio di Panahi. Tra cose più recenti mi sono piaciuti Parasite e Paterson.
I miei scrittori preferiti
Tra i tanti: Teofilo Folengo, Alexander Lernet-Holenia, Virginia Woolf, Lucrezio, Thomas De Quincey, Dino Buzzati, Jean-Jacques Rousseau, Friederich Nietzche, Sigmund Freud, Jan Potocki, Charles Dickens, Truman Capote, Gustave Flaubert, Vasilij Grossman, William Blake e Arthur Machen. Tra i contemporanei mi piacciono Salvatore Natoli, Noam Chomsky, James Hillman, Orhan Pamuk, Michel Onfray e Zygmund Baumann
La mia occupazione preferita
Sempre e comunque la musica.
Il dono di natura che vorrei avere
A volte mi soffermo troppo a elaborare le idee, rischiando di bloccarne il flusso, parlo di composizione, vorrei avere più rapidità nella stesura.
Nella musica, la cosa che detesto di più
Come si fa a detestare la musica?
Gli errori musicali che mi ispirano maggiore indulgenza
Soprattutto quelli che portano a nuove idee.
Il pezzo che vorrei venisse suonato al mio funerale
Diciamo che immagino la morte come una dissoluzione più che come una celebrazione quindi, se proprio dovesse essere suonato un pezzo, dovrebbe essere piuttosto vuoto.
Lo stato attuale della mia attività musicale
Sono soddisfatto di quello che ho fatto ma, allo stesso tempo, sento la necessità di elaborare continuamente nuovi progetti e sperimentare nuove strade, sai com'è, l'essere umano, per sua natura, non si sente mai completo.
Il mio motto
Sarebbe molto semplice poter riassumere tutto in un motto.
da "All about jazz" 15 Maggio 2024, a cura di Paolo Peviani